Khil@fah generation. Nati condannati, i non amati.

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Si possono definire non amati coloro che preferibilmente durante il periodo infantile o adolescenziale hanno riportato un’esperienza traumatica con l’amore, chiaramente amore genitoriale o con persone di riferimento, che condizionerà per sempre le loro relazioni affettive. E questa sarà la fortuna di molti terapeuti. Ma qui il caso è leggermente diverso.

I bambini della Khilafah hanno subìto una sorta di indottrinamento che, anche se può sembrare orribile è comprensivo di una sorta di amore paterno. Quelli che vengono presi molto piccoli, diciamo intorno ai due anni, realizzano il loro mondo affettivo intorno alla figura del loro maestro. La madre è una persona ormai inesistente, li ha svezzati e poi in qualche modo se ne sono distaccati. Vengono tenuti tutti insieme all’interno di strutture protette, dove mangiano, dormono, iniziano una sorta di relazione con altri bambini della loro età o poco più grandi, e quello è il loro mondo. Vengono cresciuti con la penna e la spada. Tenuti in braccio per molto tempo per creare un rapporto simbiotico con i loro care giver, un tardo imprinting che li porterà negli anni a riconoscere come unica autorità i loro insegnanti. Che si alternano, certo, non sono sempre gli stessi, alcuni escono a combattere, altri muoiono, altri si trasferiscono in differenti località. E qui entra in gioco la territorialità. I paesi a maggior utilizzo dei bambini del califfato sono la Siria, l’Iraq, Indonesia e l’Afghanistan. Siria e Iraq hanno possiamo dire un turn over dei miliziani molto più frequente, a causa proprio del conflitto in atto. Quindi i bambini vengono spostati continuamente e costantemente come “transumanza” a seguito dei soldati. Molti certo muoiono negli spostamenti, molti altri sopravvivono e seguono i gruppi jihadisti nelle loro rotte. Fino al 2016 le città a maggior numero di centri di addestramento minorile erano Raqqa, Mosul, e alcuni centri minori nella regione a nord del paese. Poi i bombardamenti delle varie coalizioni hanno spinto le milizie a disperdersi sempre di più e a creare dei nuclei operativi di minore dimensione, poche centinaia di uomini sempre più mimetizzati nella popolazione civile. Quindi la scelta ricadeva su bambini di un’età superiore agli otto, nove anni, in grado di sopravvivere a marce forzate e abbastanza forti da poter mangiare da soli. Quelli più piccoli o venivano abbandonati e rivenduti a loro volta, se maschi come schiavi al seguito dei combattenti stanziali da usare come scudi umani o organi di ricambio, se femmine come schiave sessuali o addette a vare mansioni finché restavano in vita. L’età migliore va dagli otto ai quattordici. Tutti perfettamente in grado di tenere in mano un’arma, usarla, e uccidere. Moltissimi video realizzati dalle agenzie ufficiali di comunicazione dell’Isis nel primo anno, il 2014/2015, mostrano questi adolescenti, di varie provenienza etniche e lingue che recitano i loro testamenti coranici rivolti o alle loro famiglie naturali o a quella “artificiale” dei miliziani. Intervistati davanti a delle telecamere ad altissima risoluzione, primi piani che scandiscono perfettamente le loro emozioni, colonne sonore che richiamano versetti coranici salmodiati fanno da sfondo. Gli viene chiesto di spiegare la ragione della loro scelta, il perché sia giusto immolarsi per la causa, e hanno degli sguardi sereni. Non hanno conosciuto altro nella loro vita se non quello, hanno sette, otto, dieci anni. Raccontano di come sia giusto seguire le parole del Profeta, del Corano, come quella che viene definita guerra santa sia la sola determinazione di una vita da buon musulmano. A volte sono in gruppo, a volte soli. A volte sorridono, altre piangono. Altre hanno espressioni che non sono mai state definite da nessun esperto di disposizioni affettive. E‘difficile definire epistemologicamente l’espressione di un ragazzo che sa che entro poche ore salterà in aria alla guida di un camion bomba. Che sa che presto morirà, sapendo il perché in parte, in altra no. Ho visionato moltissimi di questi video, con grande fatica, con enorme difficoltà, perché non sono film. Non sono fiction. Sono la vera realtà. Osservare questi ragazzi per mano ad un anziano, allestire camion con bidoni pieni di esplosivo, assemblare i detonatori, poi registrare le loro ultime parole, salire sul camion, seguiti dall’alto con dei droni in perfetta sincronia cinematografica, vederli allontanarsi dalla città, con didascaliche descrizioni della loro traiettoria, arrivare in un punto determinato ed esplodere, con una nuvola di fuoco che viene perfettamente ripresa dall’alto sotto diverse angolazioni e la colonna sonora sempre più enfatizzata. Però per arrivare a questo il percorso è lungo. Inizia veramente come una lunga storia. Del male.

 

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Ognuno di loro racchiude come tre identità. Devono essere una monade leibniziana, una personificazione del solipsismo trascendentale Hussleriano, perfettamente in grado di sopravvivere da soli, in ogni situazione, per riuscire a rimanere giorni e giorni totalmente indipendenti nel caso vengano mandati in missione. Ma allo stesso tempo uno zoon politikon aristotelico, figure in grado di condividere una vita comunitaria, insieme ad altri come loro, per sentirsi parte di un tutto, dove però il tutto è più della somma delle singole parti, perché se ne muore uno l’organismo intero non ne deve venire intaccato. E poi un homo homini lupus Hobbesiano, tutti contro tutti, in uno stato di natura che non contempla leggi di natura che possano regolare il tutto, in grado di uccidere all’occorrenza, senza esitazioni, senza domande. Le sole leggi sono quelle imposte quotidianamente, inesorabilmente. Uccidere e basta.

I rimorsi, se verranno, arriveranno un giorno. Per ora non ha nessuna importanza. Ma quello che si sta verificando negli ultimi due anni non è soltanto l’addestramento da parte del califfato, ma l’emulazione che si sta spargendo nel mondo. Molti apparati hanno giurato il bay, la fedeltà all’Isis, in molte nazioni, e sulla loro stessa strategia stanno reclutando altre migliaia di bambini con le stesse intenzioni. Molto spesso con il benestare del governo stesso.

I talebani lo stanno facendo dalla fine della guerra nel 1989, ma allora praticamente di nascosto, o almeno, di nascosto al resto del mondo. Ora, senza non solo nessuno scrupolo, ma praticamente alla luce del giorno, con il tacito assenso del mondo occidentale.

The Taliban currently controls more than 20 percent of the schools in Herat, and the chairman of the western Afghanistan province’s education department is “happy” with the result.

Ahmad Razaq Ahmadi, the chairman of Herat’s department of education, disclosed that the Taliban controls 219 of the province’s 969 schools, or nearly 23 percent. Ahmadi said his department is unable to administer schools in the districts of Adraskan, Ghoryan, Koshki Kohna, Obe, and Shindand “due to the high level of security threats.” “In areas where there are security threats, the Taliban undertakes the monitoring, our employees can not undertake monitoring of these schools, therefore the Taliban are monitoring the schools in areas under their control,” Ahmadi said. He then praised the Taliban for administering the schools.

“We are happy with the monitoring by the Taliban, because at least they monitor the schools, for instance, the information which we have from the people in Koshki Kohna district, the Taliban monitor the schools and they control tensions at schools; we are very happy with this work of the Taliban,” added Ahmadi.

Ahmadi’s disturbing comments reflect a growing attitude of accommodation of the Taliban. As the Taliban has increased its influence in all quarters of the country and has had significant battlefield gains in less populated areas over the past three years, some Afghans view the return of the Taliban to be inevitable.

The report on the status of Herat’s schools highlights the difficulties in attempting to determine control of Afghanistan’s 407 districts.

Of the five districts mentioned by Ahmadi, four — Adraskan, Ghoryan, Koshki Kohna, and Shindand — were previously determined by FDD’s Long War Journal to be contested by the Taliban. Obe, which was assessed to be government controlled or status undetermined, has since been switched to contested. While the five districts are currently listed as contested, it could be argued that the Taliban’s administration of schools and ability to keep them off limits to government officials indicates a high degree of control of the district.

Currently, FDD’s Long War Journal has determined that the Taliban controls 45 districts and contests another 115. These totals are close to the estimate by the US Special Investigator General for Afghanistan Reconstruction. The Taliban claims a measure of control in 24 additional districts. These claims cannot be independently verified, however the Taliban has been accurate in its reporting of district control in the past. The remaining 223 districts (grey on the map) are either government controlled or, like until today, Herat’s Obe district, their status is unknown.

Le madrase coraniche dei talebani sono ciò di più rigido possa esistere nel campo educativo pedagogico. Uniscono l’integralismo religioso wahabita a tradizioni tribali secolari. Non c’è spazio per una dimensione emozionale, non esiste un’identità di ruolo, ogni bambino viene totalmente spersonalizzato. Diventano come degli automi. Eseguono ordini che vengono loro impartiti ai quali non è possibile rifiutare. E molto spesso, in queste realtà le punizioni corporali sono molto severe. E le memorie traumatiche che in questi ragazzi si sedimentano sono estremamente difficili da superare.

Un termine che usano gli psicologi clinici per descrivere le memorie traumatiche, è «flashbulb memories». Per flashbulb memory si intende un particolare tipo di ricordo bizzarramente vivido, che rimane nella memoria come intaccato dal tempo. Le flashbulb memories stazionano nel flusso dei ricordi come pietre dure, senza che la mente riesca a svuotarle del loro potere attivante su di noi nel momento del loro affaccio alla coscienza. In psicotraumatologia è popolare affermare che «il trauma non viene ricordato, ma rivissuto». Questo è un dato osservato in relazione al corpo: è il corpo infatti il teatro in cui quella scena madre/traumatica si riattualizzerà. Nel momento in cui cioè si affaccerà alla memoria quel ricordo, sarà il corpo a reagire per primo, «alterandosi» in senso difensivo. Il corpo si prepara alla risposta e il cuore accelera, il respiro si fa più corto, la circolazione del sangue cambia, sentiamo mani e piedi freddi, etc.

Rivivere il trauma significa ri-sperimentare in definitiva quello che vivemmo all’epoca, senza che il tempo ci sia stato d’aiuto nell’elaborare la potenza di quell’episodio e del suo ricordo. E spesso i segnali di allarme risultano essere molto evidenti. I cosiddetti “triggers”, sono dispositivi adattativi che il nostro inconscio adotta per momentaneamente evitare di ricordare eventi traumatici passati, quasi un sapere che il ricordo potrebbe scatenare reazioni inaspettate. A volte sono azioni semplici, evitare di recarsi in determinati luoghi, o non visionare alcune fotografie del proprio passato, anche se non si ha il coraggio di gettarle proprio perché sono parte integrante della nostra vita. Anche solo rievocare alla memoria un determinato momento della propria esistenza può attivare lo sparo mentale nel nostro cervello a scoppio, pronto per reagire in maniera a volte inaspettata. Quindi cercare di evitare i trigger porta inevitabilmente ad un cambio consapevole di stile di vita, che spesso influisce in maniera importante nella quotidianità. Un trauma è come fosse uno spartiacque fra un prima e un dopo, fra due stili di vita differenti. Vorremmo agire durante un trauma, ma ne siamo impossibilitati, il corpo si immobilizza, e se nel regno animale l’istinto porta ad una risoluzione del conflitto interno mediante una reazione naturale, nell’uomo questo non si verifica. Quasi fosse il corpo a ricordarsene e non la nostra mente. E in alcuni casi l’immaginazione entra di forza nel nostro inconscio, cercando di creare dei ricordi che non esistono, ma che possano in qualche modo sostituire i ricordi effettivi nel tentativo di rimuoverli, o almeno, nel limite del possibile di sostituirli. Quando un’impressione si presenta alla mente appare come in forma di idea, in due maniere differenti. O conservando in forma considerevole la sua primitiva vivacità, in un mondo alla Hume, intermedio fra impressione e idea, oppure perdendola totalmente diventando un’idea vera e propria. Nel primo caso si può parlare realmente di memoria, nel secondo di immaginazione.

“La religione è il timore di una potenza invisibile, l’idea della quale è costituita dalla mente umana e diffusa da false storie ammesse nella vita pubblica; quando queste non hanno il suggello della legalità si tratta di superstizione, e quando la potenza immaginata corrisponde all’immagine che noi ne abbiamo, vera religione”.

Thomas Hobbes, Il Leviatano.

Ora bisogna differenziare i diversi stadi educativi all’interno delle strutture pedagogiche del califfato. La prima fase consiste nell’apprendimento del Corano in maniera totalmente coartante, una ripetizione costante senza apprenderne realmente il significato, ma per imprimere nella mente la recitazione salmodiata che questo richiede, e che può essere imparata a memoria solamente in tenera età. Una volta superato questo periodo che può durare diversi mesi si passa alla fase dell’apprendimento di termini specifici, tramite a volte lavagne artigianali in caverne scavate per l’occorrenza, oppure mediante dispositivi tecnologici di ultima generazione.

“A former child” recruit interwieved by the Human Rights Watch, who attendent an Isis training camp, attested, “the leader of the camp said liked the younger ones better.

He told me: Tomorrow they will be a stronger leader or a stronger fighter”.

It was a very difficult camp. They gave us a very severe training. We would wake up, pray, after prayer maybe around 9 a.m. we did exercises, then rest in the room, then Sharia courses, then military study, then more Sharia courses, then some rest, prayer.

[Between afternoon prayers], they didn’t let us sleep, they would come in our tent and fire into the sky and [send us] to guard a trench. Many times we fell asleep in this trench because we were so tired.

“We have had reports of children, especially children who are mentally challenged, who have been used as suicide bombers, most probably without them even understanding. There was a video placed (online) that showed children at a very young age, approximately eight years of age and younger, to be trained already to become

child soldiers Afghan official ‘happy’ Taliban controls 219 schools in Herat

 

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